
L'uomo si è adattato a vivere in ogni condizione geografica, o quasi, del globo terrestre. Attualmente più di 40 milioni di persone vivono ad altezze tra i 3000 ed i 5500 m sopra il livello del mare. Nonostante la vita in alta quota (si considera alta quota un'altitudine superiore ai 3000 m) sia resa difficile da alcuni limiti fisiologici, molti individui sono in grado non solo di vivere ma anche svolgere lavori relativamente pesanti.
A quote inferiori, attorno ai 2000 m, tipiche dell’arco Alpino, sono milioni i residenti, e altrettanti sono gli individui che per svago, ricerca del benessere e dello sport trascorrono periodi di giorni e settimane in ambiente alpino. anche per motivi molto diversi da quelli sopra accennati. L'attività turistica, infatti, sia organizzata da Enti e strutture montane sia basata sulla disciplina del singolo, si svolge in straordinari contesti naturali come boschi, pareti di roccia, ghiacciai, laghi alpini e piste da sci. Tutti questi luoghi, oltre al fascino che trasmettono, hanno un importante elemento in comune: la carenza di ossigeno, più precisamente una riduzione della pressione parziale di ossigeno nell’aria ambiente e quindi nell’alveolo polmonare e nel sangue arterioso. I turisti, a differenza dei nativi in luoghi montani, non possono contare sul grande vantaggio fisiologico di questi ultimi: l'acclimatazione. Per acclimatazione si intende una serie di mutazioni fisiologiche adattative atte a sopperire la ridotta pressione parziale di ossigeno nell'aria ambiente. Tra questi meccanismi si annoverano un'aumentata concentrazione di emoglobina, una maggiore capillarizzazione a livello muscolare e una più efficace protezione dai radicali liberi.
Dall’analisi dei dati pubblicati nell’ultimo decennio si è riscontrata una scarsità di informazioni utili al turista “occasionale” che frequenta luoghi montani, sia per motivi di semplice permanenza, sia, e a maggior ragione, in quella fascia dell apopolazione, sempre in aumento, che pratica sport in quota, dallo sci alpino e di fondo alla roccia, dal mountain bike al trekking . Gran parte delle informazioni sono state ottenute durante ascensioni ad alte quote (superiori ai 5000 m). Tuttavia dalla stessa letteratura scientifica è possibile trarre importanti considerazioni riassumibili in alcuni concetti chiave. La frequenza cardiaca (HR), la ventilazione (E) e la gettata cardiaca () subiscono un modesto ma significativo incremento, anche a riposo e per quote inferiori ai 3000 m. Soggetti particolarmente sani reagiscono all’ipossia con un incremento della capacità estrattiva dei tessuti, misurata come differenza artero-venosa di ossigeno ∆(a-v)O2. Soggetti con patologie in atto reagiscono a miscele ipossiche con un’aumentata frequenza di contrazione del miocardio. La capacità funzionale aerobica, da intendersi come massima potenza esprimibile dai meccanismi aerobici (2max) diminuisce in funzione dell’altitudine. Per quote di 3000 m il 2max è circa l’85 % del valore misurato a livello del mare.
La valutazione eseguita a livello del mare può fornire indicazioni preziose per verificare l’idoneità del soggetto alla pratica sportiva in altura. Tuttavia è di scarsa utilità la determinazione di parametri “standard”, quali soglia anaerobica e frequenza cardiaca “di soglia” in quanto non sono un indice diretto della capacità del soggetto di compiere lavoro in ambiente ipossico. E’ un’importante precauzione, per quanti applicano protocolli di valutazione a livello del mare, monitorare la saturazione arteriosa (SaO2) in funzione del carico di lavoro e protrarre l’esercizio per vari minuti, in quanto è questa la condizione in cui il soggetto si troverà a lavorare. Importante notare che la conoscenza delle modificazioni indotte da quote anche modeste assume notevole importanza pratica quando gli invidui sono portatori di patologie in atto a carico dell’apparato cardiovascolare ( tra cui coronaropatie, esiti di infarto, ipertensione o altro). In queste condizioni aumentano i fattori di rischio a cui fare particolare attenzione. La pratica sportiva in montagna sollecita infatti organi ed apparati in misura maggiore che a livello del mare. Tali fattori non sono comunque da intendersi come inabilitanti all’attività fisica, bensì servire come ulteriore indicazione da fornire sulla durata dell’attività e sulla metodologia di allenamento.